di Andrea Dellai
con Antonia Bertagnon, Andrea Dellai
regia Tommaso Franchin

foto di Angelica Lazzaro

Una stanza e un letto, dove tutto si consuma: vita, amore, sonno, solitudini.
Lui e Lei sono due vite che si desiderano, ma che non si accettano.
Lui è un ragazzo, lei una donna adulta (potrebbe essere sua madre?).
Perduti in quella stanza sempre più piccola, soli nella loro quotidiana miseria, vivono al ritmo serrato di un videoclip. Pranzi, cene, lavatrici e toilette.
Si guardano, si fotografano, si baciano. Scommettono: chi morirà per primo?
Nessuno esce, nessuno entra, Lei non mangia da due giorni, a Lui viene da vomitare (sono rimaste solo le rape).
Si cercano fino alla fine, una fine consapevole e condivisa, finché non staccano la spina, finché tutto è spento, anche l’amore.
Questa vita non prosegue dopo la morte, per fortuna.

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 Le tragedie greche sono quasi tutte una questione di amore. Ma nelle tragedie esistono gli Dei, oggi non esistono (forse) più. Li chiamiamo sentimenti, pulsioni, passioni.

Sentimenti dei quali (a differenza dei greci) ignoriamo le cause, sentimenti affilati che guidano la nostra vita. Li possiamo seguire oppure li possiamo sfidare, reprimere e comprimere, contrastare.
Ecco quello che avviene nella tragedia dalla quale siamo partiti. Tragedia che, al pari del suo protagonista Ippolito, abbiamo smembrato e ridotto all’osso: ecco, quindi, una donna e un ragazzo. Ed i loro sentimenti.
Cosa rimane di Fedra e Ippolito nei protagonisti della nostra storia?
Rimane una donna adulta, ma non disillusa, ancora in grado di entrare completamente nelle sabbie mobili dei sentimenti. Rimane un giovane che vorrebbe essere forte, nascondendo la sua fame di esistenza dietro un cinismo che è solo di facciata.
Da qui partiamo: Fedra e Ippolito possono esistere ancora oggi, dimenticati ai margini di una grande città, abbandonati a loro stessi in una casa illuminata da fredde luci a basso consumo, che tolgono umanità a qualunque cosa, spegnendo i colori e accendendo il desiderio di “altrove”.
Lui (Ippolito?), siamo noi, generazione degli anni 80, nati nel momento di massimo edonismo, negli anni d’oro di Versace ed Armani, dei colori Fluo e dei sintetizzatori. I nostri zii (quelli vitaioli) scoprivano la coca sentendosi yuppies con i Wayfarer e noi ci nutrivamo di cartoni animati e telefilm americani e adesso, cresciuti, ci rendiamo conto di quanto il mondo attorno a noi sia ridotto ad uno sfascio. Noi, troppo giovani per essere presi sul serio, sufficientemente grandi (o vecchi?) da aver rinunciato a quasi tutti gli ideali adolescenziali. E non siamo nemmeno abbastanza spietati da succhiare per le nostre ambizioni tutto il nutrimento ai nostri “genitori”.
Abbiamo cercato un linguaggio sintetico, lasciandoci suggestionare dal linguaggio frenetico di un videoclip senza parole. Ma quando le parole arrivano alle labbra dei personaggi allora diventano inarrestabili, soffocanti.